(Seduta del 22/06/2010 Arg. n. 3 – ODG – Dibattito sulla manovra economico-finanziaria).

PRESIDENTE

La parola al Consigliere Brambilla. Per il Partito Democratico, il tempo rimasto sono ventinove minuti e cinquantanove secondi. Grazie.

BRAMBILLA Enrico

A pochi chilometri da qui, ad Agrate Brianza, da alcuni giorni, otto operai stanno sul tetto della fabbrica, la Carlo Colombo SpA, nella quale hanno lavorato per anni. Questi operai chiedono il rispetto di un accordo sindacale, sottoscritto lo scorso anno, nel quale l’azienda si impegnava al loro ricollocamento. Anche l’incontro di ieri sera in Provincia di Monza è stato infruttifero e da oggi hanno deciso una volontaria riduzione dei pasti.

Sempre ad Agrate, a qualche centinaia di metri di distanza, altri lavoratori, dipendenti della Numonyx, azienda del gruppo ST Microelectronics, quindi, partecipata a maggioranza dalla Cassa Depositi e Prestiti, ma da poco ceduta al gruppo concorrente americano Micron, sono a loro volta impegnati a chiedere il rispetto di un accordo sottoscritto al Ministero dello sviluppo economico e con esso a garantire che il know-how in un settore strategico rimanga in Italia.

Sono due situazioni molto diverse per numeri, la prima è una media impresa e la seconda è parte del polo manifatturiero più importante della Regione, per settori produttivi, cavi in rame per la Carlo Colombo e prodotti high-tech per la NewMonics, profili professionali, operai ovvero ricercatori e sviluppatori, ma accomunati nel porre un grande interrogativo sulle prospettive non solo loro e delle loro famiglie, ma più in generale dell’industria in questa Regione come nell’intero Paese.

Che risposte possono trovare questi lavoratori nella manovra economica e con loro le migliaia di lavoratori invisibili occupati nelle tante microimprese di questa Regione che hanno resistito sin qui, spesso con molti sacrifici, pur di non privarsi di collaboratori preziosi, attivando contratti di solidarietà, di cassa in deroga, di riduzioni concordate fidando in una ripresa che tarda a concretizzarsi? Anziché una manovra che parli di crescita e di sviluppo, sono davanti ad una manovra che deprime e che sul fronte dei trasferimenti alle Regioni inevitabilmente va a toccare, riducendole drasticamente, proprio quelle risorse che servirebbero a creare le condizioni per far ripartire il nostro sistema produttivo. Parlo del mercato del lavoro e della formazione per cui è previsto un taglio di 5,9 milioni di euro nel biennio per la Lombardia, ma parlo soprattutto degli incentivi alle imprese per i quali è prevista una riduzione drastica nel biennio di 256 milioni di euro.

Non che le modalità di impiego di queste risorse in questi anni Regione Lombardia ci abbia del tutto convinto e sia immune da critiche sulla qualità e sull’efficacia della spesa. Avremo modo di confrontarci, spero in maniera più approfondita, sul tema delle doti formative o sul sistema dei bandi regionali per le imprese, ma una cosa è spendere meglio, quindi investire sul futuro in particolare per le nuove generazioni, altro è far mancare la benzina ad una macchina già in difficoltà nel competere con gli altri sistemi produttivi. Né si possono nascondere queste vere sottrazioni di risorse dietro le solite norme manifesto. Non si abbassano le tasse, anzi, la pressione fiscale nel suo complesso aumenta ancora, visto che i proventi contabilizzati dal recupero presunto di evasione non vanno a diminuire le aliquote dei contribuenti onesti. Si riducono gli incentivi e, in compenso, si inventa un falso scopo. Per orientare l’attenzione ci si inventa la favola dell’articolo 41, anzi, per la verità, ce ne sono due di favole dietro quel numero. La prima, la più nota e importante, riguarda l’articolo della Costituzione italiana che ci dice che l’iniziativa economica privata è libera. Essa, però, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. È il fondamento della cosiddetta economia sociale di mercato che il nostro Ministro dell’economia sbandiera a giorni alterni, passando con disinvoltura dal colbertismo al liberismo sfrenato, come in passato aveva fatto con le famigerate cartolarizzazioni e la successiva incredibile conversione antifinanza creativa.

Cosa ci sia da cambiare nel dettato costituzionale sfugge a me, ma soprattutto, credo, a quei lavoratori che ho ricordato prima e a quelle migliaia di lavoratori che hanno visto saccheggiare le loro imprese da gente che ha sostituito il giusto spirito imprenditoriale, dei cui esiti positivi beneficiava l’intero territorio, con comportamenti spavaldi e corsari improntati al profitto estremo ed effimero.

Sfugge, credo, anche alle migliaia di onesti imprenditori che sanno bene che la proprietà impone loro obblighi e che il suo uso deve servire al tempo stesso al bene della collettività. Questo lo dice anche la Costituzione tedesca, che non mi risulta la signora Merkel abbia intenzione di modificare. E con tutto ciò soprattutto la semplificazione, doverosa e necessaria non c’entra proprio nulla. Ma di questa nella manovra non solo non c’è traccia ma, anzi, c’è qualche complicazione in più, come nel caso delle compensazioni tra debiti e crediti di imposta alle quali è data una stretta.

C’è un secondo articolo 41, però, usato come norma manifesto nella manovra, ed è, appunto, l’articolo 41 del decreto-legge numero 78 che introduce un sistema fiscale di attrazione europea. In esso si prevede che alle imprese residenti in uno Stato membro dell’Unione, diverso dall’Italia, che intraprendano in Italia nuove attività economiche, nonché ai loro dipendenti e collaboratori, si possa applicare, in alternativa alla normativa tributaria italiana, la normativa tributaria vigente in uno degli Stati membri dell’Unione europea. Cioè, un’impresa estera viene in Italia ad investire e applica la legislazione dell’Estonia.

Dietro la facciata, sicuramente accattivante, questa norma cela evidenti problemi di concreta applicabilità, uniti a probabili profili di contrasto con le regole comunitarie, oltre che di incostituzionalità. Per non parlare dell’ulteriore conflitto col tema del federalismo fiscale, visto che a Regioni e Comuni potrebbero essere così sottratte nuove quote di tributi propri, come le addizionali sull’IRPEF o l’IRAP.

Già, il federalismo fiscale, che fine fa? Ne parleranno anche altri Colleghi del mio Gruppo, quindi non mi dilungo. Ma il quesito ricorrente dopo questa manovra è: il federalismo e più o meno vicino? L’impressione è che finisca nel nulla. Infatti, se è vero che la legge sul federalismo fiscale già prevedeva l’abolizione dei trasferimenti sulle Bassanini, ne indicava, però, anche la sostituzione con un’addizionale regionale sull’IRPEF da ripartirsi, poi, tra le Regioni con un fondo perequativo.

Ora, delle due l’una: o verranno finanziati con l’IRPEF anche i trasferimenti aboliti, e allora non si capisce dove siano i tagli; oppure, questi tagli saranno permanenti, e non ci sarà più né l’addizionale IRPEF regionale né il fondo perequativo. Si eliminano, così, le uniche risorse libere delle Regioni, essendo il resto della spesa determinato in maniera rigida per funzioni dallo Stato centrale.

Il segno complessivo di questa manovra, dunque, non è solo quello della riduzione delle risorse a Regioni ed Enti locali, ma è anche quello della riduzione del loro spazi di autonomia. Se a ciò si aggiungono gli interventi limitativi sulle entrate, eliminazione dell’ICI sulla prima casa per i Comuni, blocco delle addizionali comunali e regionali, blocco di spazi di manovra sull’IRAP per le Regioni, è chiaro che il federalismo praticato dal Governo è molto diverso da quello dichiarato.

Infine, due brevi e ultime questioni: tagli della politica e nomina di un nuovo Ministro. Come segnale di tagli alla politica davvero non male: diminuiscono i Consiglieri comunali, veri volontari della democrazia partecipata, aumentano i Ministri. Ce ne vogliono ben quattro ora per una sola funzione: l’agognato federalismo.

Seconda questione. Oltre ai tagli, ci dobbiamo preoccupare anche di qualcos’altro? Quali sono i reali rischi per il bilancio regionale della famosa questione dei bond? È vero che, come scrive ilSole24Ore, se la Grecia pagasse una cedola con un ritardo di soli due giorni, la Lombardia rischierebbe di pagare ad UBS fino 153 milioni di euro? Presidente Formigoni, aspettiamo con fiducia da lei risposte.

Ma anche da lei, Presidente Boni, aspettiamo una risposta. Vedo che il Presidente Formigoni le ha segnalato un esperto quale componente del Collegio per la valutazione del bond Lombardia: il controllato segnala il controllore. Lei ha garantito l’indipendenza del Consiglio, attendiamo con fiducia.

(Seduta del 22/06/2010 Arg. n. 5 – ODG – Mozione 0010 concernente l’introduzione della disciplina del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) per l’autorizzazione al commercio ambulante).

 

PRESIDENTE

Consigliere Brambilla, ne ha facoltà.

BRAMBILLA Enrico

Il tema della regolarità contributiva è un tema che, ovviamente, a noi sta particolarmente a cuore. L’applicazione del DURC è stata inizialmente attivata soprattutto nella filiera dell’edilizia, dove maggiormente ci sono stati fenomeni di evasione da questo punto di vista. Qui ci si chiede di estenderla anche agli operatori del commercio ambulante intanto sulla base di una considerazione sulla quale, peraltro, potremmo fare qualche rilievo. Qui si dice che l’evasione contributiva nel settore del commercio ambulante sia cresciuta in questi ultimi tempi a seguito dell’ampliamento della platea a operatori extracomunitari. Ma io credo che, in realtà, l’evasione contributiva, anche nel commercio ambulante, purtroppo si sia accresciuta in questi ultimi tempi soprattutto perché anche questo è uno dei sintomi e delle tante manifestazioni della crisi che sta colpendo anche molti operatori nostri, molta gente che fa fatica, comunque, a rispettare doverosamente, com’è necessario, le regole.

Fatta questa premessa e, quindi, ritenuto che il fenomeno esiste, ma le cui cause sono abbastanza complesse, io credo che questo debba essere affrontato, ovviamente, con il necessario rigore, ma anche, visto che è uno dei temi ricorrenti del dibattito politico di questi ultimi tempi, con la necessaria semplificazione. Allora, qui, l’esistenza in Regione Lombardia di una carta di esercizio nella quale si chiedono una serie di autodichiarazioni e autocertificazioni e il rilascio di un modello come questo del DURC ad opera della Pubblica Amministrazione deve essere necessariamente integrata ma nel segno sicuramente della semplificazione.

Io credo che basterebbe integrare, ad esempio, alcune richieste all’interno della carta di esercizio, agire, quindi, anche in questo caso con l’autodichiarazione e l’autocertificazione, salvo poi attivare veramente quei controlli che invece – ahinoi – sono sempre più difficoltosi e sempre più latitano.

La materia, quindi, ci vede convinti sotto il profilo del principio e molto perplessi sotto il profilo della modalità con la quale si vuole esercitare questa attività di controllo. In sintesi, a me pare comunque che, se vogliamo fare un buon lavoro e non solo, anche in questo caso, un semplice lavoro di propaganda, questa materia andrebbe meglio dipanata all’interno della sede competente, che è la Commissione Consiliare apposita, nella quale trovare un punto di sintesi, ripeto, tra le due esigenze che ho posto prima, cioè quella di avere il massimo rigore e il massimo controllo accanto alla massima semplificazione soprattutto per gli operatori onesti.