DOPO

Ora che la sconfitta è arrivata, ancor più pesante del temuto, si accumulano le analisi, le invettive, le ricette.
E’ comunque un buon segno, desiderio di non darsi per vinti e ripiegare su altro: per questo anch’io non mi sottraggo e torno a disturbarvi con brevi  riflessioni, che si aggiungono ai ringraziamenti per il sostegno sin qui  avuto.
Primo: le cause del pessimo risultato sono molte, tra tutte però  predomina lo smarrimento della sinistra di fronte alla globalizzazione. Questione non solo italiana, che ha messo in crisi ovunque la tradizione socialdemocratica. Quegli strumenti e quel pensiero, per quanto nobili, oggi non sono più sufficienti, rimandano ad una stagione della storia ormai chiusa. Il lavoro che ci attende è quindi assai complicato, di lungo periodo, richiede una riflessione attenta sulle nuove dinamiche sociali e sui bisogni da interpretare, soprattutto tra chi si sente ai margini e messo in pericolo dai cambiamenti in atto. Questioni che non si risolvono riaprendo in un giorno i gazebo, ma tornando a mettere le orecchie sul terreno.
Secondo: il riconoscere la complessità dei problemi non può però attenuare le responsabilità del gruppo dirigente uscente. Incapace di cogliere il profondo malessere della società italiana ed impegnato in un racconto troppo distante dalla realtà ed ancor più dal percepito. I segnali che da almeno due anni ogni consultazione elettorale ci confermava sono stati rimossi quando non irrisi, finendo per oscurare anche le non poche cose buone fatte nell’azione di governo. Il cambiamento di stile di guida è necessario.
Terzo: ad amplificare le dimensioni del disastro ha contribuito la peggior legge elettorale che si potesse fare. Non vale sostenere che era l’unica possibile. Era quella più congeniale al centrodestra, che ne ha infatti beneficiato essendo il solo campo in grado di fare coalizione. Il tutto è stato poi ulteriormente deteriorato dal disegno dei collegi, avulso da ogni radicamento territoriale e presupposto per la compilazione di liste imposte dall’alto.
Quarto: nonostante tutto il PD è l’unico approdo dal quale ricominciare la traversata. In questa campagna elettorale, fatta in condizioni (non solo politicamente) proibitive, vi ho ritrovato ancora molte energie positive. Bisogna però impedirne la trasformazione in una somma di comitati elettorali, attivi per questo o quel candidato e privi di sbocco nella discussione politica. Unica magra consolazione dell’essere minoranza è la fine forzata della diatriba segretario-premier. Per un bel po’ ci si dovrà concentrare sul primo ruolo.
Quinto: evitiamo ora di dividerci tra aventiniani e collaborazionisti. Entrambe le posizioni sarebbero dannose.  Spetterà a chi ha avuto più consensi avanzare proposte. Se saranno le stesse fatte sin qui mi pare impossibile pensare ad accordi coi cinquestelle e tantomeno col centrodestra. Spero che a nessuno passi per la mente di poter trasformare una sconfitta politica in una vittoria tattica, facendo di un PD ridimensionato l’ago della bilancia di socialista memoria. Ciò non significa rifiutare aprioristicamente ogni confronto, come del resto un sistema parlamentare prevede.
Per quanto mi riguarda l’assenza di cariche istituzionali mi consentirà di dedicare il mio impegno politico a quel lavoro di ricerca e ricucitura che ho sopra richiamato. I voti persi possono essere riconquistati, attraverso una paziente operazione di rigenerazione collettiva, mettendoci alle spalle le recriminazioni e guardando avanti a testa alta. Abbiamo le forze ed il dovere di crederci.

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