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Oltre le paure
La Grande Paura è passata. Non quella del coronavirus che sta mettendo a nudo le fragilità della potenza cinese e del mondo globalizzato (uno starnuto a Wuhan può provocare ripercussioni in ogni angolo della terra). Mi riferisco alla ben più circoscritta paura elettorale con epicentro Bologna. I bacilli che avrebbero potuto infettare Roma e l’intera nazione sono stati debellati da Stefano Bonaccini e dalle squadre di soccorso che attorno a lui si sono organizzate, sardine comprese.
La povera Calabria non interessa a nessuno: lì la sconfitta era annunciata, nella tradizione di pendolarismo che contraddistingue quel voto regionale (l’uscente è sempre perdente).
Il successo non deve illudere il centrosinistra: si continua a faticare tra i ceti più popolari e nelle aree interne, cioè tra quei penultimi (gli ultimi, generalmente extracomunitari, non votano) che vorrebbe (dovrebbe) maggiormente rappresentare e difendere.
La cura non è semplice, perché in quei settori è attecchito il vero grande virus che minaccia l’occidente e contro il quale ancora non sono stati scoperti vaccini: quello della paura. È un virus che non va negato o rimosso, né ovviamente alimentato. Bisogna saperlo curare. Per ora abbiamo abbassato la febbre, e questo già ci fa star meglio. Il lavoro che ci attende è impegnativo, e bene ha fatto Zingaretti a non perdere tempo e convocare un congresso sulle idee.
Intanto assistiamo allo sgretolamento dei cinquestelle: anche i più ostinati detrattori di questa alleanza di governo dovrebbero riconoscerne gli effetti positivi sul “ritorno a casa” di buona parte del consenso che ci avevano sottratto. Salvini a sua volta ha perso l’aura del capitano infallibile, la sua leadership all’interno del centrodestra (che rimane una coalizione molto forte) non è più così sicura. Infine la corsa al centro, in un quadro che tende nuovamente a bipolarizzarsi, non sembra essere così attrattiva.
Il PD, insomma, è nelle condizioni migliori per tornare a crescere. E, soprattutto, per cercare di far crescere il Paese.

Futuro Artigiano
Dai primi di gennaio ho assunto il ruolo di Segretario generale di Confartigianato Milano Monza e Brianza. È l’associazione cui sono legato da un’intera vita lavorativa e nella quale ho sin qui ricoperto funzioni di natura tecnico-professionale. Ora mi trovo a doverne organizzare anche la rappresentanza e sostenerne l’attività a favore delle piccole imprese che vi aderiscono. Sono fermamente convinto che si tratti di un settore fondamentale non solo sul piano economico ma anche della tenuta sociale dei nostri territori. Nei laboratori artigiani si fa quotidianamente molta più ricerca ed innovazione di quanto si pensi, si tramandano saperi, si assicurano servizi. La produzione “taylor made” supera il taylorismo della produzione seriale affermandosi come quella che meglio può garantire la sostenibilità ambientale. Anche questo, naturalmente, è un mondo in cui le trasformazioni e la globalizzazione inoculano paure e tensioni. Occorre che qualcuno se ne prenda cura e lo accompagni. Questo è il ruolo delle associazioni di categoria (come del sindacato per i lavoratori dipendenti). In tempi recenti c’è chi ha teorizzato la disintermediazione e, di conseguenza, la loro inutilità. Il risultato è stato il trionfo del populismo. Spero che la lezione sia servita.

Appuntamenti
Segnalo due belle occasioni per ragionare di futuro. Entrambe a Vimercate nella Sala Don Moioli della Libreria Il Gabbiano.
Giovedi 13 alle 21: Cambiamento climatico, economia, sostenibilità con Claudio Cassardo (Università Torino), Bonafè, Rampi, Torri, Brizzolara, Crippa. Organizza il PD cittadino.
Sabato 15 alle 17: presentazione del nuovo libro di Valeria Termini (ordinario di economia politica a Roma Tre) “Il mondo rinnovabile”. Il giorno prima lo stesso libro è presentato a Roma presso l’Istituto della Enciclopedia Treccani da Giuliano Amato, Enrico Giovannini e Paolo Mieli. A Vimercate toccherà a me l’impresa: roba minima (cit. Jannacci).

IL TAGLIO DELLE POLTRONE
L’aspetto più negativo, a mio avviso, della legge con cui è stato ridotto il numero dei parlamentari è la sua “narrazione”. Il solo motivo che ne avrebbe potuto motivare l’opportunità, cioè il rendere più efficienti i lavori delle Camere, non è stato per nulla considerato. Forse lo sarà attraverso la riforma dei regolamenti parlamentari, certamente non con la differenziazione delle funzioni nè col superamento del bicameralismo perfetto. Tutto è stato ridotto alla mera ragione economica: un risparmio poco più che simbolico facilmente ottenibile in altro modo. Ma il punto è proprio questo: ai 5 stelle importava il simbolo, tanto da averlo preteso quale precondizione dell’accordo di governo. E l’equazione seggio parlamentare = poltrona è simbolo manifesto di cultura antiparlamentare, populista, in sintesi antidemocratica. Purtroppo questa è la cultura di fondo ancora prevalente tra i pentastellati: spero che il mio partito dopo aver dovuto bere l’amaro calice ora sappia arginare nuove derive.

TATTICA E STRATEGIA
Si è riaperta in questi ultimi giorni la discussione sulla natura del rapporto coi 5 Stelle: tattico o strategico? Messa così è questione un po' oziosa e tardiva. Credo sia chiara la mia forte diffidenza nei confronti degli attuali alleati di governo, tuttavia la strada intrapresa mi pare tracciata e deve essere percorsa con coerenza. Il che non significa che sia una via spianata nè che sia irreversibile. In sostanza: aver scelto di dar vita a questa maggioranza ci impone ora di misurarci coi grillini non solo sui singoli provvedimenti, ma sull’idea di Paese che con l’azione di governo si intende promuovere. O si riesce a definirne una, reciprocamente riconosciuta e resa chiara ai cittadini, oppure prevarrà la convinzione che si sia trattato di un’operazione di palazzo e ne pagheremo profumatamente le conseguenze. Le distanze sono ancora ampie e non è detto si riesca ad accorciarle. Occorre però provarci pur senza inutili accelerazioni e forzature. L’alleanza, se verrà, sarà la conseguenza di un duro lavoro politico.

LO STATUTO
La Direzione Nazionale di oggi ha preso atto del lavoro di riforma dello Statuto ad opera della commissione presieduta da Maurizio Martina. A metà novembre l’assemblea di Bologna dovrebbe dare il via libera alle modifiche. Cambiano le modalità dei congressi, rimangono le primarie per il segretario nazionale ma introducendo il preventivo confronto su tesi, si apre al mondo digitale per rafforzare la partecipazione, si rafforza l’idea di partito federale. Mi paiono tutte cose di buon senso ed utili. Temo però non siano sufficienti a rivitalizzare un partito allo stremo. Questi pochi mesi di lavoro nella commissione di garanzia mi hanno fatto conoscere ancor più da vicino situazioni peraltro immaginabili. Praticamente non c’è regione del sud che non sia commissariata, altrove non è detto si stia meglio: il ripristino e rispetto delle regole è una precondizione necessaria ma non sufficiente. Abbiamo un grande bisogno di ridare senso al nostro agire politico. Per questo quindi la novità più importante ed attesa è la costituzione di una Fondazione di cultura politica che affianchi l’attività del partito. Nel sistema politico tedesco le fondazioni hanno un ruolo centrale nella formazione delle nuove leve. Da noi sinora sono state sempre viste con (talvolta giustificato) sospetto. È il caso di riaprire una discussione.

ADDIO A FILIPPO
Filippo Penati è stato un bravo politico, eccellente amministratore, un uomo con la schiena dritta. Ho vissuto da vicino molti suoi momenti: collega sindaco (lui a Sesto, io a Vimercate), Presidente di quella che ancora era la nostra provincia, collega in consiglio regionale. Spiace che molte pagine a lui dedicate in questi giorni si siano profuse più sulle vicende giudiziarie che sul merito della visione politica. Talvolta discutibile, ma sempre lucida ed argomentata. E sempre pronto a metterci la faccia, come quando si rese disponibile a sfidare Formigoni nel 2010 dopo che tutti gli altri candidati si erano sfilati. Percorremmo insieme migliaia di chilometri con la sua auto mal ridotta e pochi soldi a disposizione. Perchè Filippo alla politica ha dato molto più di quanto abbia ricevuto, tornando infine al suo mestiere di insegnante, senza astio. Da uomo perbene.

Capisco, non condivido, rifletto.

Capisco le ragioni che hanno spinto il PD, unito e compatto come non mai, a dare il via libera al Conte bis. Al netto degli interessi e delle ambizioni personali questa scelta ottiene alcuni indiscutibili risultati immediati, cui si aggiunge qualche possibile bonus futuro. Primo risultato, inimmaginabile fino a pochi giorni fa: aver mandato Salvini all’opposizione. Dove, nel tempo, potrebbe logorarsi. Mica poco. Secondo: aver garantito la tenuta del partito, o almeno dei suoi colonnelli (Calenda in fondo è sempre stato un ‘oriundo’). L’ovazione che oggi ha accompagnato la chiusura del discorso di Zingaretti ha accomunato tutte le anime interne. Ed anche quella del PD unito è una notiziona. Le certezze, per ora, finiscono qui. I bonus invece: la possibilità di riportare almeno un pezzo dei cinquestelle nell’alveo democratico, mettere in campo nuove politiche, tentare di salvare l’esito delle prossime regionali riproducendo lo schema giallorosso in Calabria, Umbria, forse persino Emilia e Toscana, determinare l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica (se arriveremo al 2022). Per questi occorrerà verificare se ne avremo la forza e le condizioni.

Nonostante queste premesse sono tuttavia assai scettico sul modo e sul merito della scelta fatta. Ho partecipato a tutte le ultime tre direzioni nazionali. Come membro della Commissione di Garanzia ho diritto di parola ma (fortunatamente mi vien da dire) non di voto. Il 26 luglio, quando la crisi sembrava lontana, venne perentoriamente esclusa qualsiasi ipotesi di alleanza con l’attuale gruppo dirigente dei cinquestelle. Unica alternativa il voto. Il 21 agosto il clima era già cambiato: l’accordo si poteva fare ma con cinque condizioni e cambio di guida. Oggi anche questi paletti sono stati rimossi, unico cambiamento prospettato è il passaggio dall’albero di Natale (per i non calciofili: dall’attacco con una punta e due mezzepunte) al centravanti (sempre Conte) con seconda punta (ci sarà parità di genere?). Semplifico e continuo ad avere fiducia nelle capacità di Zingaretti, ma una figura nuova al vertice sarebbe stata necessaria a marcare una netta discontinuità.

Citando Sciascia, nelle sue conclusioni oggi il Segretario ha invitato tutti a riflettere prima di affermare perentoriamente ‘io penso che’. Raccolgo il suo invito e lo estendo ai lettori. Sospendo quindi ancora il giudizio finchè il quadro non sarà del tutto chiaro. Con due considerazioni finali: la prima è che una volta adottata una linea occorre far di tutto perchè questa abbia successo. Staccare la spina tra pochi mesi sarebbe deleterio, quindi attrezziamoci per questo percorso ad ostacoli e per durare. Secondo: il compito più duro lo avremo proprio noi al nord, ed in particolare nella mia Vimercate. Al Nord, perchè governeremo controcorrente rispetto a tutte le regioni, dal Piemonte al Friuli e con lo scetticismo di gran parte dei soggetti sociali locali. A Vimercate dove siamo all’opposizione di una giunta grillina incapace, inconcludente, presuntuosa. Si ha un bel dire che le questioni locali sono per definizione marginali: è invece lì che si comprendono meglio come possano nascere certi mostri.

Il PD è Vivo

A distanza di un mese, oggi la Direzione Nazionale del PD è tornata a riunirsi. Se l’ultima volta erano bastati pochi minuti per approvare la proposta del segretario di dare il via libera al governo giallorosso, oggi la discussione è stata lunga ed approfondita.
In queste settimane sono accadute molte cose: la nascita del governo, appunto, la nuova Commissione Europea con la rappresentanza italiana affidata a Paolo Gentiloni, la scissione di Italia Viva.
Materiale sufficiente per farci sopra ben più di una riunione, tant’è che la Direzione è riconvocata per prossima settimana.
Provo a tematizzare le tre vicende sopra richiamate.

Il governo. Sulla opportunità della scelta fatta non ci sono ripensamenti. Io stesso, che avrei favorito un diverso esito, oggi ne sostengo convintamente le ragioni. Ne colgo infatti le opportunità, alcune delle quali già manifestatesi col cambio di atteggiamento verso l’Europa, con la discesa dei migranti dalle navi, con la chiusura (si spera) di una stagione all’insegna dell’odio e dell’intolleranza.
Tuttavia abbiamo ben presente chi siano i nostri attuali alleati e personalmente nutro forti perplessità sul fatto che possano mutare pelle. Con loro, è inevitabile, sarà una competizione condizionata anche dai numeri ancor più ridotti della nostra rappresentanza parlamentare dopo la scissione. Come ha ben detto nella sua introduzione il vice segretario Orlando il M5S è la radiografia dei nostri limiti: è cresciuto alimentandosi di molti nostri errori (anzitutto di supponenza) utilizzati poi in salsa populista. Con loro sono possibili convergenze su questioni significative: lotta alla povertà, sostenibilità ambientale. Ci sono forti distanze in campo istituzionale, sulla democrazia rappresentativa. Quanto alle alleanze locali, data per fatta quella umbra, nessun automatismo.

L’Europa è un altro discrimine. Non è un caso che il voto dei 5S sulla nomina del capo della Commissione Europea abbia segnato una frattura irreversibile con la Lega. Anche in questo caso nulla è scontato, e sarà del resto anche nostro compito evitare di rimanere succubi dell’asse franco-tedesco come ora vanno strillando Salvini e Meloni. Una sfida oggi rilanciata è quella di costruire rappresentanze politiche su base europea: il PSE ormai non basta più, e ripropone logiche nazionali di scarso respiro.

Infine la scissione: non c’è motivo politico per giustificarla. Essa rischia di indebolire il governo prima ancora che il partito. Ma anche su questo punto va fatta chiarezza: essa non muta la natura del PD, le culture politiche che lo hanno costituito facendone la Casa dei Riformisti continuano ad esservi tutte rappresentate. Chi se ne è andato lo ha fatto per altri motivi, chi vorrà restare avrà modo di proseguire quel lavoro.
Ed anche per questo il Segretario si è reso disponibile ad aprire una nuova fase interna, che superi le divisioni cristallizzate nell’ultimo congresso.
In attesa dei primi provvedimenti concreti del nuovo governo, che dimostrino che quella di agosto non è stata una manovra di conservazione e di potere ma di forte cambiamento, c’è quindi molta materia su cui discutere e dimostrare che, nonostante tutto, il PD è Vivo.

Le consultazioni
La sveglia all’alba col mare ancora immobile e la spiaggia deserta, il treno da La Spezia per Roma, il tassista pentastellato (difficile trovarne uno che non lo sia a Roma) che quando gli chiedo di portarmi al Nazareno mi spiega di essere contrario all’accordo PD-M5S: così sono arrivato alla riunione della Direzione Nazionale del PD, fiducioso comunque che sarebbe stata una buona giornata.
Ieri del resto è caduto uno dei peggiori governi della nostra storia, cosa che fino all’ultimo temevo non potesse accadere e che già costituisce un successo.
Oggi si tratta di capire quali possano essere le prospettive future, e la premessa perchè esse siano positive è che il PD ritrovi una sua unità sotto la sola guida legittima, quella del segretario.
E questo almeno per il momento è avvenuto, con la votazione all’unanimità del documento che detta le condizioni per un’eventuale accordo di governo.
Una pregiudiziale che escludesse per principio qualsiasi intesa sarebbe stata sbagliata. Non solo perchè avrebbe finito col dare ragione a Salvini nella sua impulsiva corsa al voto, ma soprattutto perchè contraddicente un sistema parlamentare che richiede di verificare nelle Camere le maggioranze ed una legge elettorale di fatto proporzionale.
D’altra parte però non si può puntare ad un accordo con chiunque ci stia ed il cui principale motivo sia il timore che nuove imminenti elezioni possano avere un esito infausto. Il prossimo governo dovrà rimediare a grandi guasti del precedente, in campo economico ma soprattutto sociale: se non c’è forte condivisione su obiettivi e principi mi pare improbabile possa riuscire nella missione. Le molte voci che anche dalla nostra presunta sinistra ci ammoniscono ora a far fronte comune contro il pericolo sovranista mi paiono troppo indulgenti nei confronti di un movimento cinquestelle che non ha esitato a sostenere le peggiori scelte leghiste. Il documento approvato dalla Direzione PD è quindi da apprezzare per questo: non propone una riedizione con diversi interpreti del metodo del contratto tra opposti che ha fallito, ma richiede anzitutto condivisione di indirizzi: sull’Europa, la democrazia rappresentativa, la crescita sostenibile, le politiche economiche e sociali, la gestione delle migrazioni.
La tardiva presa di posizione dell’ex Presidente Conte non può bastare: nelle sue parole pur apprezzabili sul piano umano, non ho sentito accenti di svolta politica. E senza questa necessaria discontinuità non resta che attrezzarsi per il voto. Ma aspettiamo prima di trarre conclusioni frettolose, potendo contare anche su di un Presidente della Repubblica di grande saggezza.
Ne riparleremo dopo il primo giro.